Voto storico: adottata risoluzione ONU a tutela dell’orientamento sessuale e identità di genere

Ginevra, 17 giugno 2011 – Le persone hanno tutte gli stessi diritti, a prescidere dal loro orientamento sessuale. Il Consiglio dei diritti dell’uomo dell’Onu ha adottato  una «risoluzione storica» destinata a promuovere l’eguaglianza degli individui senza distinzioni per le loro preferenze sessuali. La risoluzione ha ottenuto 23 voti a favore, 19 contrari e tre astensioni, più una delegazione assente. «La risoluzione – ha detto – il rappresentante del Sudafrica presentando il testo – non «cerca di imporre certi valori ai paesi, ma cerca di favorire il dialogo». Per gli Stati Uniti è un momento «storico» per i diritti degli omosessuali. I Paesi islamici, invece, sono «seriamente preoccupati». La risoluzione approvata oggi dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu, che chiede la fine di discriminazioni e violenze basate sull’orientamento sessuale, divide. Il testo richiede, tra l’altro, di preparare uno studio sulle leggi discriminatorie e sulle violenze causate da orientamento e appartenenza sessuale. Già nel 2006, su iniziativa della Norvegia, il Consiglio dei diritti dell’uomo aveva presentato un appello sottoscritto da 54 paesi denunciando le violazioni dei diritti umani fondati sull’orientamento e l’identità di genere. Ma l’appello non aveva avuto seguito. Il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha accolto il voto parlando di «un’occasione storica per mettere in luce le violazioni dei diritti umani subite da lesbiche, gay, bisessuali e transgender in tutto il mondo».

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti e a ciascuno di loro spettano tutti i diritti e le libertà senza distinzione di alcun tipo“, è scritto nel testo. Sembrerebbe scontato ma a quanto pare è ancora necessario ribadirlo.

EuroPride Roma 2011 – Il successo di un messaggio

Inutile far finta di niente. Inutile nascondersi dietro le solite frasi. L’Euro Pride del 2011 è stato un successo. Non è merito del bel tempo, dei carri e della musica. Non è neppure merito di Lady Gaga. Il merito è solamente di tutti coloro che hanno caminnato per le strade di Roma, mettendoci la propria faccia, la propria storia, la propria voglia di cambiare. E’ solo grazie a tutti loro che il Pride è esploso e si è fatto ascoltare. Già perchè il problema è stato esattamente questo: il tentativo di relegare l’importanza e la forza di questo evento per la rivendicazione dell’eguaglianza delle persone LGBT, in una macchietta, un carnevale in ritardo di qualche mese. L’Italia del resto è anche questo: si infuoca e si lascia infuocare non sempre con la propria testa. Come in un film muto, i primi dieci giorni dell’evento romano sono passati quasi inosservati. Tranne i siti specializzati e qualche breve trafiletto su qualche giornale più sensibile ha regnato il silenzio. La televisione sempre pronta a lanciare l’ennesimo servizio di gossip o di commento semiserio di cronaca nera si è voltata dall’altra parte. Lo stesso le principali testate giornalistiche. E intanto sotto i molteplici stand allestiti si dibatteva di diritti negati, di violenze subite, di identità negate, di storie invisibili, si presentavano libri e si manifestava pacificamente con serate ed eventi. Ma i media niente. Qualcuno dirà che il vero problema è stato la politica che si è completamente (e consapevolmente) dimenticata di quanto stava avvenendo. Ma io mi chiedo: da quando sono i discorsi dei politici a dettare ciò che importante e merita risonanza e ciò che non lo è? Eppure sembra proprio così: il politico di turno ne spara una dal repertorio delle sciocchezze e subito scoppia il caso mediatico. TG, talk show, programmi a tutte le ore, persino televendite non parlano d’altro. E inevitabilmente anche la società si ritrova a parlare di quello. Ma siamo davvero sicuri che sia una cosa così importante quella? E il resto? Cioè, voglio dire, chi parla di tutto il resto? Chi informa su quanto accade al di là della famosa frase sganciata dal nostro politico? Lo fanno in pochi. Troppo pochi. E così finisce che ci perdiamo tanto. Proprio tanto. Questo andrebbe spiegato a coloro che hanno ignorato il Pride, che lo hanno snobbato disgustati, che lo hanno definito una semplice parata di eccentrici individui. Se l’intervento cantato di Lady Gaga ha fatto così scalpore, richiamando finalmente l’attenzione meritata, un motivo c’è. Ma quello che è importante sottolineare è che quelle migliaia di persone ci sarebbero state lo stesso lì in quelle strade. L’importanza del Pride sarebbe stata la stessa: la rivendicazione della dignità propria di ciascun essere umano. Il suo significato sarebbe stato lo stesso: basta disgusto e vergogna, sì amore e umanità. Ma nessuno ne avrebbe parlato. Ecco il punto. Il giorno seguente sarebbero passate, dalla TV ai giornali, sempre le solite quattro immagini di eccentrici individui che si dimenano ancheggiando travestiti e ricoperti di piume. Nient’altro. Ma poi è intervenuta Lady Gaga, popstar internazionale, che sta spopolando ovunque. E di lei si è parlato eccome, tralasciando il resto. Ancora. Si è parlato del suo concerto gratuito, del suo abito Versace, dei suoi capelli acqua marina. Peccato essersi dimenticati (di nuovo!) che, prima ancora di tutto questo, aveva gridato per più di venti minuti l’uguaglianza e la solidarietà. Denunciato le violenze e le discriminazioni ingiuste. Ammonito governi arretrati e ottusi. Tanto di cappello a una star di questo tipo che si spende, forse davvero con il cuore, per cause come questa, usando la propria popolarità e risonanza mediatica per richiamarvi l’attenzione. E l’attenzione nel bene o nel male è stata richiamata. Ma non facciamoci trarre in inganno dalle malelingue: il Pride aveva già vinto e la sua riuscita era già scritta. E’ il messaggio nobile di uguaglianza, di cui è stato la bandiera, che ne ha decretato il successo. E questo è innegabile.

150° dell’Unità d’Italia

                                                                                                                                                       Auguri Italia!

17 marzo 2011 – L’Italia unita compie 150 anni! Ma anniversario non è soltanto feste e festeggiamenti, è anche consapevolezza, coscienza di quello che è stato, di quello che si è, significa anche bilancio: che sia di fidanzamento, di matrimonio, di lavoro l’anniversario rappresenta qualcosa di più del semplice conteggio degli anni trascorsi dall’inizio dell’avventura, qualunque essa sia. E’ anche il momento in cui ci voltiamo e ricordiamo quello che è stato, analizziamo quello che è, ed immaginiamo quello che sarà. E la speranza è che l’immaginazione continui a contraddistinguerci. 

 

Riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso: l’Europa si interroga

Strasburgo, 8 Settembre 2010 – Un nutrito gruppo di parlamentari europei, appartenenti a quattro diversi gruppi politici ha acceso un interessante dibattito sui passi fatti dai paesi membri per garantire i diritti fondamentali, in primis il diritto alla libera circolazione delle persone e degli istituti tra i paesi membri, assicurati dal diritto comunitario. Il Commissario di Giustizia, Diritti Fondamentali e Cittadinanza, è stato a tal proposito interrogato sostenendo che molto ancora deve essere fatto affinchè i diritti fondamentali delle coppie omosessuali riconosciute siano garantiti in tutti i paesi membri dell’Unione Europea.

Infatti le coppie dello stesso sesso unite in matrimonio o in partenariati civili spesso perdono ogni forma di tutela e di garanzia solo attraversando un confine, ritrovandosi agli occhi del diritto da sposati a perfetti estranei e perdendo diritti fiscali, consolari e tutta un’altra serie di benefici nonostante il diritto comunitario grantisca la libertà di movimento. Non deve sorprendere quindi lo sgomento di questo gruppo di parlamentari europei di fronte all’applicazione lacunosa della Direttiva del 2004 sulla libera circolazione dei cittadini uniti in unioni tra persone dello stesso sesso ed è dunque più che legittimo l’invito rivolto al Commissario Viviane Reding affinchè sia garantito a tutte le coppie dello stesso sesso sposate o unite civilmente di poter esercitare i loro diritti fondamentali. Il Commissario Reding in questo si è trovato completamente d’accordo. Ha infatti risposto che: “la legge è molto chiara: si tratta di non discriminazione, diritto alla libera circolazione e reciproco riconoscimento. [...] Se si vive nel paese A in cui l’unione civile o il matrimonio tra persone delle stesso sesso sono legalmente riconosciuti , si ha il diritto, e questo è un diritto fondamentale, di mantenere questo status , anche nel paese B. In caso contrario, siamo di fronte a una violazione del diritto comunitario “. Il Commissario inoltre ha affermato di essere attualmente impegnata su tale questione attraverso incontri bilaterali, e spingendo i governi nazionali ad applicare il diritto comunitario. E ha aggiunto: “E quando dovrebbe accadere questo? Ora! Non in 5 o 10 anni. [...] Altrimenti se manca questo [la comprensione da parte dei governi], allora misure più severe dovranno essere applicate “.

Questo è un passo importante verso il riconoscimento dei diritti fondamentali sanciti nel diritto comunitario e che sono per ogni cittadino, anche a prescindere dal loro orientamento sessuale.

Maggiori informazioni su: http://www.lgbt-ep.eu/press-releases/european-parliament-debates-recognition-of-same-sex-unions/

Per vedere l’intero dibattito (anche in italiano): http://tinyurl.com/EPmutualrecognition

Tasmania: riconosciute d’ufficio coppie sposate all’estero

La Lower House of Parliament della Tasmania ha approvato una legge che riconosce i matrimoni dello stesso sesso e le unioni civili (anche le unioni omosessuali) registrati in altri Stati o Paesi. Gli attivisti LGBT hanno accolto con favore il voto. Con una mossa inattesa, la Tasmania’s House of Assembly ha votato 22-3 il provvedimento che riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso e le unioni civili registrate in altri Stati o Paesi come relazioni registrate ai sensi del diritto della Tasmania. Il disegno di legge approvato dalla Lower House dello Stato, permette alle coppie dello stesso sesso riconosciute in uno stato dell’unione o all’estero di essere automaticamente riconosciute ai sensi del diritto della Tasmania senza la necessità di registrare nuovamente il loro status.
Il reciproco riconoscimento delle coppie porterà benefici significativi per le persone in viaggio in Tasmania o che intendono trasferirvisi.

Un emendamento che avrebbe vietato il riconoscimento dei matrimoni all’estero tra persone dello stesso sesso come un Tasmanian Deeds of Relationship (una forma di unione civile simile al “partenariato civile”), come proposto dal liberale Michael Ferguson, è stato bocciato. Se fosse stato approvato, solo le unioni civili compiute all’estero sarebbero state riconosciute. “Sarebbe stato incoerente ed eccessivamente rigido riconoscere le coppie unite in forma di unione civile per esempio a Auckland o a Londra, ma poi dire a coppie dello stesso sesso sposate, per esempio, a Vancouver o a Madrid, che i loro voti solenni non significano nulla per il diritto della Tasmania,” ha detto Rodney Croome, portavoce della Tasmanian Gay e Lesbiche Rights Group.
In realtà la Tasmania con il Tasmanian Relationship Act (2003) aveva provveduto alla registrazione e al riconoscimento di un tipo di unione civile divisa in due categorie distinte: le Significant Relationships e le Caring Relationships. Queste unioni includono rapporti intimi come quelli tra persone dello stesso sesso e coppie di sesso diverso (coppie gay e lesbiche e coppie eterosessuali non sposate) e comprendono inoltre anche relazioni non sessuali del “prendersi cura”, come quelle tra assistenti e assistiti, vecchi compagni o tra le persone di famiglie etniche aborigene la cui parentela non era stata riconosciuta dalle leggi in passato.
L’emendamento dovrebbe essere votato in Consiglio Legislativo entro un mese.

Molti hanno visto in questa mossa del Parlamento tasmano solamente una strategia per aumentare la popolazione dello stato, attirando anche coppie omosessuali. Resta fermo tuttavia, al di là del gossip politico, il passo avanti compiuto nel riconoscimento dei diritti civili degli omosessuali che sempre più spesso si trovano davanti alla contraddizione di essere sposati in uno stato ed essere dei perfetti estranei passato il confine.

Messico: sì della Corte Suprema alle adozioni gay

La Corte Suprema del Messico ha confermato, con nove pareri favorevoli e due contrari, la legittimità della legge che permette alle coppie gay di adottare bambini, valida solo a Città del Messico. Risale infatti al giugno scorso l’apporvazione della legge che permette i matrimoni gay e apre alle coppie gay sposate anche la possibilità di adottare figli. Il tribunale aveva respinto qualche giorno fa il ricorso del governo federale contro tale legge ma solo ora si è pronunciato sulla legittimità delle adozioni.

La Corte ha giudicato costituzionale la legge: ”Negare alle coppie gay di adottare dei bambini sarebbe una discriminazione incostituzionale’‘, ha detto il giudice Arturo Zaldivar, leggendo la sentenza che ha dato il via libera alla legge. La Corte suprema, questo mese, aveva gia’ confermato la costituzionalita’ della legge sui matrimoni gay.

La decisione della Corte arriva nonostante le fortissime pressioni esercitate dalla Chiesa cattolica, che ha attaccato duramente negli ultimi giorni la magistratura. Uno dei più duri è stato il cardinale di Guadalajara Juan Sandoval, secondo il quale i membri della supremo tribunale sarebbero stati corrotti dalle autorità della capitale e da “organismi internazionali”. Parole pesanti che hanno portato la Corte a emettere una mozione di censura, nella quale si respingono le accuse e si sottolinea la “assoluta” divisione tra Chiesa e Stato che deve regnare nel Paese.

Germania: stop discriminazione in materia di diritto tributario ed ereditario

Negli ultimi dieci anni le coppie gay tedesche hanno visto crescere i loro diritti lentamente ma costantemente e questo non è altro che l’ultimo di una lunga serie di riconoscimenti. Il partenariato civile risale infatti al 2001, quando con il Life Partnership Act gli stati tedeschi hanno iniziato a legalizzare le coppie omosessuali. E’ invece del 17 agosto 2010 la decisione della Corte Costituzionale federale (Bundesverfassungsgericht) secondo cui in fatto di eredità le coppie omosessuali vanno trattate alla stressa stregua dei coniugi eterosessuali per quanto riguarda il livello della tassa di successione. La disparita’ di trattamento della tassa di successione per le coppie eterosessuali e quelle gay è in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, poichè la coppie omosessuali di fatto “vivono come coniugi in un’unione solida, giuridicamente riconosciuta e con una prospettiva di lungo termine“. Dunque tra coppie sposate e conviventi registrati non c’è una differenza significativa tale da giustificare una siffatta discriminazione nei confronti di quest’ultime.

Si prevede che il legislatore interverrà anche sulle leggi relative alle imposte sul reddito e anche sulle leggi relative alle agevolazioni fiscali stabilendo che si applicano con effetto retroattivo entro la fine dell’anno corrente. “Questa decisione mette in chiaro che il matrimonio eterosessuale e unioni registrate sono la stessa cosa“; queste le parole di Hochrein, portavoce della Federazione Gay e Lesbica, che è stato tra i più accesi attivisti di questa campagna e non solo. Resta la consapevolezza che la battaglia per la parità dei diritti civili è lontana dall’essere finita.

California: bocciato il divieto al matrimonio gay

California, UU. SS., 4 Agosto, 2010 – Il giudice Vaughn Walker ha dichiarato incostituzionale il no ai matrimoni gay sancito dal referendum californiano del 4 novembre 2008: ha stabilito che la cosiddetta ‘Proposition 8′ approvato con il referendum e che riformò la costituzione dello Stato per definire il matrimonio come un legame tra un uomo e una donna, e’ incostituzionale, perche’ “discriminatoria” e incompatibile con i principi di uguaglianza. Con un parere di circa 136 pagine il giudice californiano ha ritenuto fondato il ricorso presentato dalle due coppie e ha parlato di “prove evidenti”  della violazione di due fondamentali principi costituzionali americani (la due process clause e l’equal-protection clause) non trovando un fondamento razionale o ragionevole la disparità di trattamento sulla sola base dell’orientamento sessuale. Gli oppositori promettono il ricorso.   Subito dopo la sentenza, centinaia di persone si sono raccolte all’entrata dei tribunali federali di San Francisco per festeggiare o si sono riversati nelle strade.

Il caso, a questo punto, e’ sempre più probabile che finisca nelle mani della Corte Suprema degli Stati Uniti, massima istanza giudiziaria del Paese che ancora una volta nella storia dei gay rights si troverà di fronte ad una decisione storica. Così come nel 2003 (Lawrence v. Texas) la Corte dichiarava inconstituzionali quelle leggi che incriminavano gli atti omosessuali compiuti tra adulti consenzienti nell’intimità domestica, in un futuribile nuovo caso la Corte potrebbe trovarsi a decidere sulla costituzionalità o meno di vietare il matrimonio omosessuale. Che sia il primo passo verso un’altra vittoria storica?

Attesa decisione della Corte californiana sul divieto al matrimonio gay

Lo ha annunciato il portavoce del Chief US District Judge Vaughn Walker che la decisione è stata presa e presto sarà comunicata. La Corte Suprema californiana torna a esprimersi su una delle vicende mediatiche e politiche che più hanno scaldato i già accaldati animi della West Coast. Tutto ha avuto inizio con il referendum tenutosi il 4 novembre del 2008 che ha visto prevalere i “sì” a favore della Proposition 8, ovvero la questione referendiaria in difesa della famiglia e del matrimonio che si intitolava all’eliminazione del diritto delle coppie dello stesso sesso di sposarsi in California. La Prop. 8 andava in questo modo ad aggiungere un nuovo emendamento alla costituzione della California stabilendo che: “solo il matrimonio tra un uomo e una donna è valido o riconosciuto in California”, con tutti i problemi annessi e connessi delle coppie omosessuali già sposate (e comunque convalidate). Accusata di invalidità costituzionale perchè discriminatoria sulla base del solo orientamento sessuale delle coppie, la Prop. 8 arriva alla California Supreme Court dove viene ritenuta costituzionale e confermata. Era il 26 maggio 2009.

Adesso è atteso un nuovo verdetto. La Corte è stata chiamata di nuovo a pronunciarsi sulla base del ricorso effettuato da due coppie (due donne e due uomini) sostenendo la lesione dei loro diritti civili. Dunque aspettiamo. Aspettiamo il nuovo episodio di questa triste soap opera che ha visto coppie sposate vedersi disconosiuta da un giorno all’altro  la loro dignità, il riconoscimento tanto agognato. In ogni caso gli avvocati di entrambe le parti sono convinti che qualunque sarà la decisione la strada che si propsetta è quella della Corte Suprema degli Stati Uniti, dove forse allora  sarà posta la parola fine a questa storia.

Il caso argentino: effetto domino?

Di solito si sente parlare di effetto a catena nell’economia e nella finanza. Crolla Wall Street e con essa anche tutte le altre borse e mercati stranieri. Per quanto ciascuno stato possa correre ai ripari mettendo a punto politiche economiche di contenimento inevitabilmente risentirà del terremoto. Ma l’economia è diversa dal diritto. Un ordinamento giuridico non è necessariamente influenzato dalle vicende altrui; può benissimo “chiudersi”, impedire, per quanto sempre più difficile sia, qualsiasi contaminazione. Eppure la comparazione, la contaminazione tra sistemi giuridici diversi, se svolta nel modo corretto, è fonte di crescita e sviluppo. A maggior ragione nel campo dei diritti fondamentali, le cui fondamenta sono sempre il risultato della tensione tra interessi giuridici diversi.

L’argentina è stato il primo paese dell’America Latina a legalizzare il matrimonio omosessuale (riconoscendo anche il diritto delle coppie omosessuali all’adozione) attraverso un disegno di legge che è intervenendo chirurgicamente sul codice civile, ha reso possibile l’estensione dell’istituto familiare anche alle coppie dello stesso sesso. La spinta e l’ispirazione viene anche da un caso come questo. Un caso per niente semplice che non ha mancato di suscitare polemiche e dure contestazione. Eppure in un modo o nell’altro un paese profondamente cattolico come l’Argentina è riuscito a superare questi ostacoli.

Forse potrà fare altrettanto il Cile. Fulvio Rossi, senatore a capo del partito Socialista cileno, ha infatti annunciato che sosterrà una proposta di legge che al pari di quella argentina è volta alla legalizzazione del matrimonio omosessuale. I politici cileni già stanno discutendo sull’introduzione di un istituto che riconosca le coppie di fatto sia eterosessuali che omosessuali (Acuerdo de Vita en Comun (AVC)). Più complesso invece sarebbe un disegno di legge che aprisse direttamente al matrimonio perchè così come per la vicina Argentina forte sarebbe l’opposizione della Chiesa e dei conservatori. E’ bastato il semplice annuncio di un senatore a far scattare il cardinale di turno, mons. Francisco Javier Errazuriz, che non ha mancato di ribadire l’aberrazione del chiamare matrimonio l’unione tra due uomini o due donne. Eppure il caso argentino ha dimostrato la superabilità di tali ostacoli.

Ma l’effetto domino non si ferma qui: anche in  Uruguay e in Paraguay i gruppi a difesa dei diritti LGBT stanno spingendo i rispettivi parlamenti a considerare la possibilità di aprime al gay marriage. In particolare l’Uruguay sembra il paese più vicino a questo passo verso l’uguaglianza: già sono previsti il riconoscimento delle unioni civili, la possibilità di adottare anche per le coppie gay, l’apertura dei corpi armati anche alle persone omosessuali, la possibilità per le persone transessuali del riassegnamento del sesso. Tanto che è stato annunciato che una proposta di legge per la legalizzazione del matrimonio omosessuale è in arrivo ad ottobre. Effetto domino?

Quando è “poco adatto al pubblico italiano”… Atto II

Non tutti conosceranno la GLAAD, the Gay & Lesbian Alliance Against Defamation, organizzazione che ha come missione quella di amplificare la voce della comunità LGBT internazionale attraverso i media, in primis la televisione, la regina dei mass media. Si preoccupa dunque di monitorare il livello di emancipazione sociale dei programmi delle varie reti televisive Si preoccupa in poche parole di controllare l’immagine che viene data di gay, lesbiche e transessuali attraverso lo schermo, sempre che ce ne sia qualcuna! Dunque ammonisce le emittenti più “omofobe” ovvero quelle che tendono a censurare o a impedire agli autori di inserire personaggi gay friendly; ancora se la prende con chi rappresenta un’immagine stereotipata, gratuitamente denigratoria delle persone omosessuali; si complimenta invece con quelle emittenti che non hanno paura di presentare storie vere, di inserire nei propri shows  personaggi principali con orientamento sessuale e che contribuiscono in questo modo a attenuare i pregiudizi e gli stereotipi dando invece informazioni corrette, percorrendo la strada della tolleranza e dell’integrazione. In America c’è molto altro ma c’è anche questo. In Italia no. In Italia ci teniamo solamente il MOIGE, utile per carità, se non fosse molto spesso intriso di un moralismo e bigottismo a senso unico. Dunque mentre i network americani, grazie anche a questo, sono spinti a migliorarsi (il che non è mai abbastanza) per cercare di essere il equi possibile nei confronti di tutte le possibili forme di discriminazione (da quella razziale a quella basata sull’orientamento sessuale), le reti italiane perdono in creatività (dove sono finiti gli autori?), diventano l’una la copia dell’altra e peggio ancora si stereo-tipizzano bombardandoci continuamente di donne senza cervello e simpatici omuncoli effeminati che diventano macchiette, maschere da prendere in giro.

Ecco quindi che se al pari del report annuale della GLAAD stilassimo una classifica delle reti televisive più gay friendly (escludendo pay tv e quant’altro) resteremmo, a mio avviso, assai delusi. Se in America MTV (The Real World: Washington, America’s Best Dance Crew, True Life, and Making His Band), ABC Family (Greek, The Secret Life of the American Teenager, Pretty Little Liars, Huge) The CW (America’s Next Top Model, Gossip Girl, 90210, and One Tree Hill), Showtime (The L word, Nurse Jackie, The United States of Tara, Californication), ABC (Grey’s Anatomy, Desperate Housewives, Ugly Betty, and Brothers & Sisters, Modern Family), HBO (True Blood, Hung, Entourage, and Big Love)  passano il vaglio, si potrebbe dire lo stesso per le nostre emittenti? Rai e Mediaset probabilmente non passerebbero la selezione. Fatta, infatti, eccezione per i telefilm americani (che talvolta o sono censurati oppure mandati in onda in orari improponibili perché ritenuti “poco adatti al pubblico italiano”) rarissime sono le trasmissioni che lasciandosi alle spalle gli stereotipi hanno il coraggio di uscire dagli schemi convenzionali, con personaggi, storie o programmi costruttivi, perché anche gay friendly. Si salvano forse La7 e MTV Italia che sono le prime a sperimentare cose nuove, magari anche “forti” all’apparenza, ma proprio per questo anche di maggior pregio e utilità. MOIGE permettendo, ovviamente.

I consigliati da TheEyeMirror: Glee, Brothers & Sisters, The L word, The United States of Tara, Modern Family, True Blood, Big Love, One Tree Hill, Ugly Betty, Will&Grace

Quando è “poco adatto al pubblico italiano”…

Direi che è assodato che i programmi che influenzano di più le idee del pubblico non sono i talk d’approfondimen­to tipo “Annozero” o “Ballarò”. Come confermano molte ricerche, l’esito è sempre lo stesso: i convinti si convincono di più e gli incerti, in gran parte, rimangono incerti. Paradossalmente invece il discorso per i programmi d’intrattenimen­to: quando si affrontano temi importanti, nei modi tipici del ge­nere, è più facile convincere la gente che non ha radicate convin­zioni politiche. Se pensiamo ai meravigliosi dibattiti condotti dal coloratissimo Massimo Giletti a “Domenica in” o ai raffinati salotti della compassionevole Barbara D’Urso a “Domenica 5”. Grazie all’esperienza e alla preparazione degli ospiti sempre più spesso sono trattati argomenti di attualità delicati e spinosi e si finisce molto spesso con il confondere ancora di più le idee del povero telespettatore sprovveduto. Già perché quando a parlare sono tutti tranne che esperti e professori come si fa a pretendere che la discussione non sfoci nella rissa, nella guerra a chi urla più forte, nella banalità e volgarità più assoluta? E la cosa più divertente sono i conduttori che con l’aria più innocente e sorpresa di questo mondo richiamano all’attenzione sul tema del dibattito. Ma parlatene voi se siete capaci! Come si può pretendere che la showgirl di turno, esperta filosofa contemporanea, o lo psicologo/tuttologo che si erge a saggio del villaggio siano in grado di costruire un dialogo costruttivo, un confronto pacato e intelligente da cui trarre qualcosa che non siano banalità, stereotipi o mere opinioni personali che non interessano a nessuno, forse nemmeno ai loro proprietari? Semplicemente non si può. Certo non ci sono solamente questi programmi, fortunatamente. Alcuni format sono addirittura interessanti. La 7 negli ultimi anni ha dimostrato di credere maggiormente nelle idee e nella competenza che negli ascolti e nelle tette. Eppure non basta. La televisione deve avere più coraggio. Disgraziatamente questo sembrerebbe uno di quei bellissimi intenti destinati a rimanere solo teoria. Quando la circolazione di idee va contro gli interessi della politica e quando la politica ha il controllo del mezzo di diffusione delle idee, quest’ultime difficilmente potranno circolare e addio coraggio.Ecco perché molto spesso l’emancipazione sociale, la crescita e il confronto può nascere da forme di arte apparentemente più innocue ma in realtà anche più efficaci. Ma anche questo non basta. Interessi economici, una morale bacchettona, il rischio costante della censura conservatrice impediscono agli autori di sperimentare, di osare, di sfogo alla creatività con acutezza e perché no utilità sociale. Eh già, perché se in America Nina Tassler, presidente della CBS, dopo essere stata bollata all’ultimo l’ultimo posto della classifica stilata dalla GLAAD, ovvero la Gay & Lesbian Alliance Against Defamation, associazione che si occupa della giusta rappresentazione di gay e transessuali all’interno della società si è detta subito “delusa” da questa situazione, promettendo che sin dalla prossima stagione tv all’interno degli show della CBS verrà data più attenzione ai personaggi gay, inserendoli all’interno delle trame degli show più noti e delle novità, in Italia si discute ancora di censura e di inopportunità. Giusto un paio di dati per illuminarci: la censura del film “Brokeback Mountain” su Rai2, le polemiche relative alla fiction con Lino Banfi “Il padre delle spose” che ha scatenato l’assalto dei cattolici alla tv pubblica (ma sì meglio vedere sculettare l’ennesima oca senza cervello davanti a un triste programma senza senso, molto più in linea con i precetti morali della nostra società), oppure serie tv di grande qualità come “Angels in America” (vincitrice di 11 Emmy Awards e 5 Golden Globe tra cui miglior miniserie tv) andata in onda non senza poche critiche e in terza serata su La7. Del resto quando abbiamo reality e tristi fiction di serie b a intrattenere il pubblico che bisogno c’è di scomodare “l’altra tv”? La tv “buona maestra“, dell’intrattenimento intelligente, delle storie di vita, delle denuncie sociali, dell’emancipazione sociale come può competere? Se anche un film campione d’incassi negli Stati Uniti, forte di un Oscar per la migliore attrice protagonista, “The Blind Side”, un film che parla di sport e adozione, che racconta una storia vera che ha commosso l’America intera, non è degno di arrivare nei cinema italiani? “D’accordo con la società produttrice del film – ha raccontato Paolo Ferrari, presidente di Warner Bros Italia – abbiamo ritenuto che il soggetto fosse poco adatto al pubblico italiano”. Poco adatto per il pubblico italiano? Oh pardon! Per noi si addicono solo cinepanettoni, pupe e secchioni e veline che ci spiegano la crisi economica. E poi si stupiscono se non ringraziamo!